Ipotiroidismo: sintomi, cause, diagnosi e trattamento

In sintesi

L’ipotiroidismo è una condizione in cui la ghiandola tiroidea non produce più abbastanza ormoni, il che rallenta l’intero metabolismo. I sintomi – stanchezza, aumento di peso, freddolosità – sono lenti e poco specifici. La diagnosi si basa su un esame del sangue (TSH, T4 e T3).

Fatti chiave

Tiroidite di Hashimoto In Svizzera e nei paesi con sale iodato è la prima causa: una malattia autoimmune che attacca lentamente la tiroide.
Il TSH, segnale d’allarme Un TSH elevato all’esame del sangue è il primo indizio di una tiroide poco attiva. È l’esame chiave della diagnosi.
Levotiroxina Il trattamento di riferimento: l’ormone mancante in forma sintetica, assunto ogni giorno e regolato dal medico.
Iodio e selenio Due nutrienti di cui la tiroide ha bisogno per funzionare normalmente – utili per l’alimentazione, ma non sono farmaci.

Punti essenziali

  • L’ipotiroidismo riguarda fino a una persona su venti; è più frequente nella donna e aumenta con l’età.
  • I sintomi (stanchezza, aumento di peso, freddolosità, stitichezza, pelle secca) sono lenti e ingannevoli: solo un esame del sangue conferma.
  • La causa più frequente da noi è la tiroidite di Hashimoto; a livello mondiale è la carenza di iodio.
  • Ben trattato consente una vita normale; non trattato espone a un rischio cardiovascolare a lungo termine.
  • Il trattamento è medico e spesso a vita. Nessun integratore alimentare previene, cura o guarisce l’ipotiroidismo.
Illustrazione per un articolo informativo sull'ipotiroidismo: ghiandola tiroidea ed esame del sangue di controllo
L’ipotiroidismo si diagnostica con un semplice esame del sangue e si tratta con un ormone sostitutivo, sotto controllo medico (illustrazione).

«Sono stanca tutto il tempo, ho preso peso senza cambiare nulla, ho sempre freddo.» Dietro queste frasi molto comuni si nasconde a volte un ipotiroidismo: una tiroide che gira al rallentatore. È uno dei disturbi ormonali più diffusi, e uno dei più facili da confermare: basta un esame del sangue[2].

Questo articolo fa il giro della questione, in linguaggio chiaro e con fonti scientifiche: che cos’è l’ipotiroidismo, i suoi sintomi, le sue cause, come si pone la diagnosi e in che cosa consiste il trattamento. Diciamolo subito, per evitare malintesi: l’ipotiroidismo è una malattia che si tratta dal punto di vista medico. Nessun alimento, nessuna pianta e nessun integratore alimentare lo guarisce. L’alimentazione ha un ruolo di sostegno, non di rimedio.

Che cos’è l’ipotiroidismo?

Una definizione semplice

La tiroide è una piccola ghiandola a forma di farfalla, situata alla base del collo. Il suo compito: produrre gli ormoni tiroidei – la T4 (o tiroxina) e la T3 (triiodotironina) –, veri direttori d’orchestra che regolano i processi metabolici, ma anche la crescita e lo sviluppo. Si parla di ipotiroidismo quando questa ghiandola non produce ormoni tiroidei a sufficienza[1]. Il risultato: tutto l’organismo gira al rallentatore – energia, transito, frequenza cardiaca, temperatura corporea. È questo rallentamento generale a spiegare la maggior parte dei sintomi.

Quante persone sono interessate?

L’ipotiroidismo è frequente: riguarda fino al 5 % della popolazione, cioè circa una persona su venti, e una parte ulteriore lo ignora[2]. È nettamente più comune nella donna e il suo rischio aumenta con l’età[2]. Riguarda ogni età, dal bambino alla persona anziana. Nella grande maggioranza dei casi il problema è nella tiroide stessa – è l’ipotiroidismo primario (o primitivo); più raramente origina dall’ipofisi (ipotiroidismo secondario) o dall’ipotalamo (forma terziaria o centrale)[2]. Si distingue inoltre la forma congenita, presente dalla nascita, da quella acquisita nel corso della vita, di gran lunga la più frequente.

1 su 20 circa una persona su venti vive con un ipotiroidismo. Il disturbo riguarda fino al 5 % della popolazione, più spesso le donne, e una parte delle persone interessate non è ancora diagnosticata. Fonte: rassegna «Hypothyroidism in Context», Advances in Therapy (2019)

Che cos’è l’ipotiroidismo «subclinico» (o latente)?

È una forma iniziale e discreta. All’esame del sangue il TSH è leggermente elevato, ma gli ormoni tiroidei (la T4 libera) restano ancora nella norma[1]. Spesso non dà alcun sintomo netto. Non tutti evolvono verso un ipotiroidismo conclamato: un TSH moderatamente elevato può persino normalizzarsi da solo – è il caso di buona parte dei referti, che si ricontrollano quindi prima di ogni decisione[8]. La condotta da seguire si discute caso per caso con il medico.

Schema della ghiandola tiroidea a forma di farfalla situata alla base del collo
La tiroide, piccola ghiandola a forma di farfalla alla base del collo, produce gli ormoni che regolano il ritmo del metabolismo (illustrazione).

Quali sono i sintomi dell’ipotiroidismo?

I segni più frequenti

L’insidia dell’ipotiroidismo è che i suoi sintomi si installano lentamente e assomigliano a molte altre cose[1]. I sintomi più tipici dell’ipotiroidismo sono una stanchezza persistente (affaticamento), un moderato aumento di peso, una freddolosità insolita (intolleranza al freddo), stitichezza (costipazione), pelle secca, capelli opachi e fragili fino alla perdita di capelli, disturbi del ciclo mestruale e a volte un umore depresso[2]. Presi singolarmente, nessuno di questi segni prova alcunché; sono la loro associazione e soprattutto l’esame del sangue a orientare.

Col tempo possono aggiungersi segni più evidenti. A livello di pelle, unghie e capelli: una pelle secca, ispessita, che si desquama o si screpola su mani e piedi, una sudorazione ridotta, unghie fragili e capelli radi – a volte con diradamento della parte esterna delle sopracciglia. A viso e collo: un viso e palpebre un po’ gonfi (gonfiore del viso), una voce più roca, a volte un gozzo (un rigonfiamento alla base del collo). A cuore e muscoli: un polso e una frequenza cardiaca rallentati, crampi, debolezza o dolori muscolari. Nella donna le mestruazioni possono diventare più abbondanti o irregolari[1][2].

Perché questa stanchezza così profonda?

Perché gli ormoni tiroidei danno il ritmo al metabolismo. Quando mancano, la «cadenza» cala: ci si sente rallentati, svuotati, si recupera male. È uno dei sintomi più caratteristici. Buona notizia: questa stanchezza in genere regredisce una volta che il trattamento è ben regolato. Se persiste nonostante un TSH normalizzato, va cercata un’altra causa (carenza di ferro, sonno di cattiva qualità, altra malattia) invece di incolpare la sola tiroide[1].

Ipotiroidismo, umore e cervello

La tiroide influenza anche l’umore e le funzioni cognitive. La depressione è il disturbo psichico più spesso associato all’ipotiroidismo. Il legame esiste anche per la forma subclinica: soprattutto dopo i 50 anni, le persone con un TSH un po’ elevato presentano un rischio aumentato di sintomi depressivi[7]. Sul piano del sistema nervoso si descrivono problemi di memoria e di concentrazione – la «nebbia mentale» –, una lentezza del pensiero, una certa sonnolenza, formicolii alle mani (sindrome del tunnel carpale) e riflessi rallentati. Questi segni sono perlopiù reversibili una volta riequilibrata la tiroide.

Sintomo frequente Perché compare
Stanchezza, lentezza Il metabolismo rallenta per mancanza degli ormoni che danno il ritmo.
Aumento di peso moderato Spesa energetica a riposo ridotta; ritenzione idrica.
Freddolosità Meno calore prodotto dall’organismo.
Stitichezza Anche il transito intestinale rallenta.
Pelle secca, capelli fragili Rinnovamento cellulare rallentato.
Umore basso, «nebbia mentale» Gli ormoni tiroidei agiscono anche su cervello e umore.
Voce roca, viso e palpebre gonfi Un’infiltrazione dei tessuti (il «mixedema») accompagna il rallentamento.
Polso rallentato, crampi muscolari Anche cuore e muscoli funzionano al rallentatore.
Gozzo (rigonfiamento alla base del collo) La tiroide può ingrossarsi nel tentativo di compensare la ridotta attività.

I sintomi da soli non bastano per concludere

Stanchezza, chili di troppo o freddolosità sono così comuni da non «fare» la diagnosi. Molte persone stanche hanno una tiroide perfettamente normale. Solo un esame del sangue permette di decidere: prima di credervi (o no) ipotiroidei, chiedete il parere di un professionista della salute.

Cause: che cosa scatena un ipotiroidismo?

La tiroidite di Hashimoto, prima causa da noi

Nei paesi in cui il sale è iodato, come la Svizzera, la causa più frequente è la tiroidite di Hashimoto (o malattia di Hashimoto)[1]. Si tratta di una malattia autoimmune (una tiroidite autoimmune): il sistema immunitario, che dovrebbe difendere l’organismo, comincia ad attaccare per errore il tessuto tiroideo, alimentando un’infiammazione cronica della ghiandola che la esaurisce lentamente. Questa malattia colpisce le donne 7-10 volte più spesso degli uomini[3]. In laboratorio si riconosce grazie ad anticorpi diretti contro la tiroide (gli anti-TPO)[3].

7-10× le donne sono molto più esposte alla tiroidite di Hashimoto. Questa malattia autoimmune, prima causa di ipotiroidismo nelle regioni con sale iodato, colpisce le donne 7-10 volte più spesso degli uomini. Fonte: guida «Hashimoto thyroiditis», Polish Archives of Internal Medicine (2022)

La carenza di iodio, prima causa nel mondo

Lo iodio è il materiale di base degli ormoni tiroidei: senza di esso la ghiandola non può fabbricarli[6]. A livello mondiale, la carenza di iodio resta quindi la prima causa di disturbi tiroidei[5]. Si stima che 2 miliardi di persone abbiano un apporto insufficiente[4]. Il rimedio, semplice ed efficace, è il sale iodato, diffuso in molti paesi – tra cui la Svizzera, pioniera in materia. Da notare: persino in Europa una parte della popolazione resta leggermente carente[4].

Le altre cause

Un ipotiroidismo può anche seguire un trattamento della tiroide: un intervento chirurgico (rimozione chirurgica della ghiandola), iodio radioattivo (usato contro un ipertiroidismo – una tiroide troppo attiva, per esempio nel morbo di Basedow – o un tumore della tiroide), o radioterapia del collo. Queste forme legate a una cura sono dette ipotiroidismo iatrogeno. Anche alcuni farmaci possono favorirlo, in particolare certi antitiroidei, il litio o l’amiodarone. Esistono inoltre forme passeggere (transitorie), soprattutto dopo un parto (tiroidite post-partum) o un’infiammazione virale della ghiandola (tiroidite di de Quervain), che a volte rientrano. Infine, rare forme sono presenti già dalla nascita (ipotiroidismo congenito): nei bambini vengono individuate con lo screening neonatale.

Come si fa la diagnosi?

Un semplice esame del sangue

È uno dei grandi pregi di questa malattia: la diagnosi si basa sull’esame clinico (esame obiettivo) e su semplici esami del sangue, poco costosi, prescritti da un medico – di famiglia o specialista (endocrinologo)[1]. Il primo valore misurato è il TSH (ormone tireostimolante o ormone stimolante la tiroide, in inglese thyroid stimulating hormone), un ormone prodotto dall’ipofisi (una ghiandola del cervello) per «comandare» la tiroide. Quando la tiroide si indebolisce, l’ipofisi spinge più forte: il valore del TSH sale. Un valore ematico di TSH elevato è dunque il primo segno di una tiroide poco attiva – il dosaggio del TSH è l’esame chiave della diagnosi[1].

TSH, T4 libera, anticorpi: che cosa si misura?

Se il TSH è anomalo, il medico in genere completa con la T4 libera (l’ormone tiroideo in circolo) per precisare la gravità, e con la ricerca degli anticorpi anti-TPO per capire se l’origine è autoimmune (Hashimoto)[1]. La combinazione di questi risultati permette di distinguere un ipotiroidismo conclamato da una semplice forma subclinica e di cercarne la causa.

Esame Che cosa misura Che cosa può indicare un risultato anomalo
TSH Il «comando» inviato dall’ipofisi alla tiroide Elevato: la tiroide è poco attiva. È il primo segnale.
T4 libera L’ormone tiroideo realmente disponibile Bassa: ipotiroidismo conclamato. Normale con TSH alto: forma subclinica.
Anticorpi anti-TPO Un attacco autoimmune alla tiroide Presenti: orientano verso una tiroidite di Hashimoto.

I valori si interpretano nel contesto

I livelli e le soglie di TSH variano secondo l’età, la gravidanza e il laboratorio. Un numero isolato non dice tutto: spetta al medico interpretare il referto, ricontrollarlo se necessario e decidere il seguito. Non autodiagnosticatevi su un solo risultato.

Oltre il TSH: la conversione degli ormoni

Per capire certe situazioni, bisogna sapere come agiscono gli ormoni tiroidei. La tiroide produce soprattutto T4, una forma di riserva poco attiva. Questa T4 viene poi trasformata – in gran parte nel fegato – in T3, la forma realmente attiva, quella che agisce all’interno delle cellule. Una piccola parte va nell’altra direzione, verso una «T3 reverse» (rT3) inattiva[6]. È questo equilibrio tra produzione, conversione e azione che riassume lo schema qui sotto.

Schema della conversione degli ormoni tiroidei: la tiroide produce soprattutto T4 (inattiva) e un po' di T3 (attiva); il fegato converte la T4 in T3 attiva o in T3 reverse inattiva; la T3 deve entrare nelle cellule bersaglio per agire. Quattro possibili punti di blocco.
Dalla T4 alla T3: la conversione degli ormoni tiroidei e i quattro punti in cui, secondo gli approcci della medicina funzionale, il meccanismo può incepparsi (illustrazione).

Su questo meccanismo si basa un approccio sostenuto da alcuni medici – tra cui il dottor Benoît Claeys nel suo libro En finir avec l’hypothyroïdie. Esso ritiene che il solo dosaggio ematico del TSH possa «non vedere» persone disturbate da una cattiva conversione della T4 in T3, da un eccesso di T3 reverse o da un’azione cellulare insufficiente. Per esplorare queste piste, si appoggia sui segni clinici e propone dosaggi urinari sulle 24 ore (TSH, T3 e T4), ritenuti capaci di riflettere l’attività ormonale su un’intera giornata invece che in un istante preciso.

Un approccio complementare, non l’esame di riferimento

Diciamolo chiaramente: nella medicina corrente la diagnosi si basa sul dosaggio ematico del TSH (completato dalla T4 libera e dagli anticorpi), ed è esso a fare fede nelle linee guida[1]. I dosaggi urinari sulle 24 ore e la lettura «conversione / T3 reverse / resistenza cellulare» rientrano in un approccio di medicina funzionale: non sono né standardizzati né validati come esame di routine, e restano dibattuti. Possono integrare una riflessione, ma non sostituiscono né gli esami di riferimento né il parere di un medico. Non traetene conclusioni da soli.

Trattamento: si può guarire dall’ipotiroidismo?

La levotiroxina, l’ormone sostitutivo

La presa in carico dell’ipotiroidismo conclamato si basa su una terapia ormonale sostitutiva (terapia sostitutiva): si rimpiazza l’ormone mancante. Il farmaco di riferimento è la levotiroxina, una tiroxina sintetica (T4) identica all’ormone naturale, assunta per via orale. È del resto uno dei farmaci più prescritti al mondo[1]. La dose, calcolata in base al peso, viene poi aggiustata per riportare il TSH nell’intervallo bersaglio; regolare la dose richiede a volte diversi tentativi[2]. Importante: la levotiroxina è un farmaco fornito su prescrizione, la cui dose si regola con precisione insieme al medico – non è un integratore alimentare.

Come e quando assumerla?

La levotiroxina si assorbe meglio a digiuno: in genere si assume con un bicchiere d’acqua, 30-60 minuti prima della colazione (assumerla la sera prima di coricarsi è un’alternativa altrettanto efficace)[10]. Diversi elementi ne riducono l’assorbimento se ingeriti nello stesso momento: il caffè, la soia, gli alimenti molto ricchi di fibre e soprattutto gli integratori di calcio o di ferro[10][11]. La regola pratica: distanziare queste assunzioni di alcune ore. È questo a spiegare la maggior parte delle «colazioni vietate» che si leggono online – in realtà è una questione di tempistica, non di alimenti pericolosi.

Quanto tempo per stabilizzarsi?

Ci vuole pazienza: dopo l’inizio del trattamento o un cambio di dose, il medico ricontrolla di norma il TSH dopo 6-8 settimane, perché l’equilibrio ormonale impiega tempo a stabilirsi. A volte sono necessari più aggiustamenti prima di trovare la dose giusta. Una volta stabilizzata la situazione, è di solito sufficiente un controllo annuale. A dose ben regolata la levotiroxina è ben tollerata; una dose troppo alta può invece causare effetti collaterali come palpitazioni o nervosismo – un’altra ragione per i controlli regolari.

Si può guarire?

Dipende dalla causa. La tiroidite di Hashimoto, la più frequente, è duratura: il trattamento si assume in genere a vita, ma si limita a sostituire l’ormone mancante, il che consente una vita del tutto normale[3]. Al contrario, alcuni ipotiroidismi sono passeggeri (dopo un parto, una tiroidite virale, un farmaco) e possono scomparire. E un ipotiroidismo subclinico molto lieve a volte si normalizza da solo[8]. Solo il medico può dire, nel vostro caso, se il trattamento è temporaneo o definitivo.

Non interrompete mai il trattamento da soli

Una volta prescritta la levotiroxina, non sospendetela e non modificatene la dose senza parlarne con il vostro medico, anche se vi sentite bene: è proprio il trattamento a mantenervi in equilibrio. Durante una gravidanza il fabbisogno cambia ed è necessario un monitoraggio ravvicinato. E non sostituite mai questo farmaco con un integratore alimentare.

Alimentazione, micronutrienti e stile di vita

È la parte più esposta ai luoghi comuni. Mettiamo subito i paletti: se un ipotiroidismo è conclamato, si tratta dal punto di vista medico. L’alimentazione aiuta a sentirsi bene e a coprire il fabbisogno della tiroide, ma nessun alimento e nessun integratore sostituisce la levotiroxina o «guarisce» la malattia. Ecco che cosa dice davvero la ricerca, nutriente per nutriente.

Lo iodio: né troppo poco, né troppo

Lo iodio contribuisce alla normale produzione di ormoni tiroidei e alla normale funzione tiroidea: è un’indicazione sulla salute autorizzata, perché la tiroide ne ha davvero bisogno per fabbricare i suoi ormoni[6]. Si trova soprattutto nei prodotti del mare (pesce, crostacei, molluschi) e, in dose molto elevata, nelle alghe. In Svizzera, la maggior parte dell’apporto viene dal sale iodato: il paese è stato un pioniere mondiale di questa misura di salute pubblica già dal 1922, e il contenuto di iodio del sale è stato aumentato per tappe nel corso dei decenni.

Ma qui più non è meglio. Un eccesso di iodio (alghe, kelp, integratori molto dosati) può al contrario squilibrare una tiroide fragile, scatenare un ipotiroidismo passeggero o alimentare una malattia autoimmune[17]. L’obiettivo è dunque la copertura del fabbisogno – da noi garantita dal sale iodato e da un’alimentazione varia –, non il sovraccarico. In caso di tiroidite di Hashimoto, non assumete iodio (né alghe concentrate) senza parere medico.

Il selenio

Il selenio contribuisce alla normale funzione tiroidea (indicazione autorizzata): è un oligoelemento indispensabile al metabolismo degli ormoni tiroidei[6]. Nelle persone con tiroidite di Hashimoto, analisi che raggruppano più studi hanno osservato che un’integrazione di selenio fa scendere il livello degli anticorpi antitiroide[12][13]. È un segnale interessante – ma da interpretare con prudenza: questi lavori non hanno dimostrato un chiaro miglioramento della funzione tiroidea né del benessere dei pazienti, e il beneficio clinico resta da confermare[13]. Il selenio non è dunque un trattamento dell’ipotiroidismo; si valuta tutt’al più come complemento, sotto controllo medico.

La vitamina D

Le persone con una malattia tiroidea autoimmune hanno più spesso una carenza di vitamina D rispetto alle altre[15]. Ma correlazione non è causalità: non si sa se questa carenza favorisca la malattia, ne derivi, o entrambe le cose. Nel complesso, la vitamina D sembra avere un ruolo secondario, tra molti altri fattori[15]. Correggere una carenza accertata è utile per la salute generale, ma non costituisce un trattamento dell’ipotiroidismo.

Alimenti «vietati»: il vero e il falso

È una delle domande più poste – e una delle più fraintese. Nessun alimento è davvero vietato. Solo due sfumature meritano attenzione. Primo, la tempistica della levotiroxina: caffè, soia, calcio e ferro ostacolano il suo assorbimento se assunti nello stesso momento[10]. Secondo, le famose sostanze gozzigene delle verdure della famiglia del cavolo (broccoli, cavolfiore, rapa): una rassegna sistematica conclude che queste verdure, consumate normalmente e con un apporto di iodio sufficiente, non alterano la funzione tiroidea[14]. Inutile quindi bandirle. Il riflesso giusto non è una lista di divieti, ma un’alimentazione varia e un apporto di iodio corretto.

Tabacco, acqua, inquinanti: i disturbatori dello iodio

Oltre al piatto, alcuni contaminanti ambientali ostacolano la captazione dello iodio da parte della tiroide. Tre sono ben documentati: i perclorati (derivati del cloro, presenti in alcune acque), i nitrati e i tiocianati (in particolare nel fumo di sigaretta). Tutti competono con lo iodio alla «porta d’ingresso» della ghiandola[16]. Il loro effetto resta tuttavia modesto nella popolazione generale e conta soprattutto nelle persone già carenti di iodio[16].

Il caso del tabacco è istruttivo – e controintuitivo. Il suo fumo apporta tiocianato, che blocca lo iodio; eppure il tabagismo è associato a meno anticorpi antitiroide e a un rischio più basso di ipotiroidismo autoimmune, un effetto che sembra invertirsi negli anni dopo aver smesso[18]. La relazione tabacco-tiroide è dunque più complessa di un semplice «il tabacco danneggia la tiroide» – il che ovviamente non fa del tabacco un alleato: smettere di fumare resta un beneficio importante per la salute. Altri fattori ambientali sono allo studio, dalle radiazioni a vari inquinanti chimici[17].

Ipotiroidismo e peso: si può dimagrire?

L’ipotiroidismo rallenta il metabolismo e fa spesso aumentare un po’ di peso, ma questo aumento resta moderato – è raramente l’unica spiegazione di un forte sovrappeso[9]. E va saputo che, quando il trattamento riequilibra la tiroide, il peso perso è soprattutto acqua, non grasso[9]. In altre parole: la levotiroxina non è un prodotto per dimagrire. Una volta stabilizzata la tiroide, una perdita di peso resta possibile – con le stesse leve di tutti: alimentazione equilibrata e attività fisica regolare.

Nutriente Ruolo per la tiroide Da tenere a mente
Iodio Materia prima degli ormoni; contribuisce alla loro normale produzione Coprire il fabbisogno, non sovraccaricare. Prudenza con le alghe.
Selenio Contribuisce alla normale funzione tiroidea Abbassa gli anticorpi nell’Hashimoto, ma beneficio clinico non provato.
Vitamina D Ruolo immunitario; spesso bassa nelle malattie autoimmuni Legame non causale. Correggere una carenza accertata, senza attenderne una guarigione.
Ferro Partecipa al metabolismo tiroideo; da dosare se la stanchezza persiste A distanza dalla levotiroxina (ne riduce l’assorbimento).
Importante. Questo articolo ha finalità puramente informative. L’ipotiroidismo è una malattia che richiede una diagnosi e un monitoraggio medici. Nessun alimento e nessun integratore alimentare previene, cura o guarisce l’ipotiroidismo. Non iniziate, modificate o interrompete alcun trattamento – in particolare la levotiroxina – senza il parere del vostro medico, e non assumete iodio ad alte dosi in caso di malattia della tiroide.

Domande frequenti

Quali sono i segni di un ipotiroidismo?

I segni più frequenti sono una stanchezza persistente, un moderato aumento di peso, una freddolosità insolita, stitichezza, pelle secca, capelli fragili e a volte un umore depresso. Si installano lentamente e non sono specifici: molte altre cause li spiegano. Solo un esame del sangue con il dosaggio del TSH conferma la diagnosi. In caso di dubbio, consultare un medico.

Che cosa scatena un ipotiroidismo?

Nei paesi con sale iodato come la Svizzera, la causa più frequente è la tiroidite di Hashimoto, una malattia autoimmune in cui il sistema immunitario attacca la tiroide. A livello mondiale, la prima causa resta la carenza di iodio. Altri fattori possono spiegarlo: un intervento alla tiroide, una terapia con iodio radioattivo, alcuni farmaci o il periodo dopo un parto.

L’ipotiroidismo è grave?

Ben trattato, l’ipotiroidismo di solito non è grave: il trattamento sostituisce l’ormone mancante e permette una vita normale. È l’ipotiroidismo non trattato o mal regolato a creare problemi, perché è associato, a lungo termine, a un rischio cardiovascolare aumentato. Nelle forme gravi e a lungo trascurate possono comparire, raramente, complicanze serie fino al coma mixedematoso. Per questo il monitoraggio medico regolare e l’esame del sangue di controllo sono importanti.

È possibile guarire dall’ipotiroidismo?

Dipende dalla causa. La forma più frequente, la tiroidite di Hashimoto, è duratura: il trattamento si assume in genere a vita, ma sostituisce semplicemente l’ormone mancante. Alcuni ipotiroidismi sono passeggeri (dopo un parto, una tiroidite virale o un farmaco) e possono rientrare. Un ipotiroidismo subclinico molto lieve può anche normalizzarsi da solo. Solo il medico può stabilirlo.

Ipotiroidismo: quanto tempo per stabilizzarsi?

Di solito servono alcune settimane. Dopo l’inizio o una modifica della dose di levotiroxina, il medico ricontrolla di norma il TSH dopo 6-8 settimane, perché l’equilibrio ormonale impiega tempo a stabilirsi. A volte sono necessari più aggiustamenti prima di trovare la dose giusta. Una volta stabilizzato, è sufficiente un controllo annuale.

Quali alimenti sono vietati per l’ipotiroidismo?

Nessun alimento è davvero «vietato». Il vero tema è il momento dell’assunzione: caffè, soia, integratori di calcio o ferro e gli alimenti molto ricchi di fibre riducono l’assorbimento della levotiroxina se assunti nello stesso momento – meglio distanziarli. È bene evitare anche gli eccessi di iodio (alghe, kelp). Le verdure come il cavolo, consumate normalmente e cotte, non creano problemi.

Come abbassare l’ipotiroidismo in modo naturale?

Un ipotiroidismo conclamato non si «corregge» con rimedi naturali: si tratta dal punto di vista medico, perché manca un ormone che solo il trattamento può sostituire. L’alimentazione e lo stile di vita aiutano a sentirsi meglio e a coprire il fabbisogno della tiroide (iodio, selenio), ma non sostituiscono la levotiroxina. Nessun integratore cura l’ipotiroidismo. Non modificate mai il trattamento senza parere medico.

È possibile dimagrire con l’ipotiroidismo?

Sì. L’ipotiroidismo rallenta il metabolismo e fa spesso aumentare un po’ di peso, ma questo aumento resta moderato – ed è raramente l’unica spiegazione di un forte sovrappeso. Una volta riequilibrata la tiroide con il trattamento, il peso perso è del resto soprattutto acqua, non grasso. Dimagrire resta possibile, con le stesse leve di tutti: alimentazione e attività fisica.

Quale colazione per l’ipotiroidismo?

Non esiste una colazione «speciale tiroide». Il punto pratico più utile riguarda la levotiroxina: si assorbe meglio a digiuno, con un bicchiere d’acqua 30-60 minuti prima di mangiare. Soprattutto il caffè al mattino ne riduce l’assorbimento: meglio aspettare. Per il resto, una colazione equilibrata va bene come per tutti.

Perché sono così stanca a causa del mio ipotiroidismo?

Perché gli ormoni tiroidei regolano il ritmo del metabolismo: quando mancano, tutto rallenta, da cui una stanchezza profonda, una lentezza e un calo di energia. È uno dei sintomi più tipici. Se la stanchezza persiste nonostante un TSH ben regolato, vanno cercate altre cause (carenza di ferro, sonno, altra malattia). Parlatene con il vostro medico.

Quale malattia mentale è associata all’ipotiroidismo?

La depressione è il disturbo più spesso associato all’ipotiroidismo. Il legame esiste anche per la forma subclinica, soprattutto dopo i 50 anni, dove il rischio di sintomi depressivi è più alto. Più raramente si descrivono disturbi dell’umore o della concentrazione. Per questo, di fronte a una depressione inspiegabile o resistente, a volte si controlla la tiroide. Ciò non sostituisce una valutazione specialistica.

Quali sono i segni neurologici dell’ipotiroidismo?

Un ipotiroidismo può accompagnarsi a difficoltà di concentrazione e di memoria (la famosa «nebbia mentale»), a una lentezza del pensiero, a formicolii alle mani (sindrome del tunnel carpale) e a riflessi rallentati. Questi segni di solito regrediscono una volta che il trattamento è ben regolato. Ogni nuova manifestazione neurologica merita un parere medico.

Fonti e riferimenti (verificati su PubMed)

18 fonti
  1. Chaker L. et al. (2022). Hypothyroidism. — Nature Reviews Disease Primers — rassegna di riferimento: definizione, forme subclinica e conclamata, levotiroxina
  2. Chiovato L. et al. (2019). Hypothyroidism in Context: Where We’ve Been and Where We’re Going. — Advances in Therapy — prevalenza (fino al 5 %), sintomi, dose di levotiroxina, rischio cardiovascolare se non trattato (finanziamento Merck)
  3. Klubo-Gwiezdzinska J., Wartofsky L. (2022). Hashimoto thyroiditis: an evidence-based guide to etiology, diagnosis and treatment. — Polish Archives of Internal Medicine — Hashimoto: donne 7-10 volte più colpite, anticorpi anti-TPO, trattamento
  4. Zimmermann M.B. (2009). Iodine deficiency. — Endocrine Reviews — 2 miliardi con apporto insufficiente; in Europa carenza lieve persistente; sale iodato
  5. Zimmermann M.B. et al. (2008). Iodine-deficiency disorders. — The Lancet — la carenza di iodio, prima causa mondiale di disturbi tiroidei evitabili
  6. Köhrle J. (2023). Selenium, Iodine and Iron — Essential Trace Elements for Thyroid Hormone Synthesis and Metabolism. — Int. Journal of Molecular Sciences — iodio, selenio e ferro, indispensabili alla produzione degli ormoni tiroidei
  7. Tang R. et al. (2019). Subclinical Hypothyroidism and Depression: A Systematic Review and Meta-Analysis. — Frontiers in Endocrinology — meta-analisi: rischio aumentato di depressione nella forma subclinica, soprattutto dopo i 50 anni
  8. Ross D.S. (2021). Treating hypothyroidism is not always easy. — Journal of Internal Medicine — un TSH moderatamente elevato spesso si normalizza da solo; soglie di trattamento
  9. Jonklaas J. (2025). The Influence of Thyroid Dysfunction on Body Composition and Weight Trajectory. — Endocrine Practice — aumento di peso moderato; sotto trattamento la perdita è soprattutto acqua
  10. Wiesner A. et al. (2021). Levothyroxine Interactions with Food and Dietary Supplements — A Systematic Review. — Pharmaceuticals (Basel) — caffè, soia, calcio e ferro riducono l’assorbimento; mattino o sera equivalenti
  11. Skelin M. et al. (2017). Factors Affecting Gastrointestinal Absorption of Levothyroxine: A Review. — Clinical Therapeutics — soia e caffè, principali freni all’assorbimento; distanziare le assunzioni
  12. Huwiler V.V. et al. (2024). Selenium Supplementation in Patients with Hashimoto Thyroiditis: A Systematic Review and Meta-Analysis of Randomized Clinical Trials. — Thyroid — meta-analisi (gruppo svizzero): il selenio abbassa gli anticorpi; nessun cambiamento della T4 libera
  13. Wichman J. et al. (2016). Selenium Supplementation Significantly Reduces Thyroid Autoantibody Levels in Patients with Chronic Autoimmune Thyroiditis. — Thyroid — meta-analisi: riduzione degli anticorpi, ma portata clinica ancora da dimostrare
  14. Galanty A. et al. (2024). Do Brassica Vegetables Affect Thyroid Function? — A Comprehensive Systematic Review. — Int. Journal of Molecular Sciences — cavolo, broccoli & co.: nessun effetto dannoso con un apporto di iodio sufficiente
  15. Vieira I.H. et al. (2020). Vitamin D and Autoimmune Thyroid Disease — Cause, Consequence, or a Vicious Cycle? — Nutrients — carenza di vitamina D frequente nell’autoimmunità tiroidea; ruolo secondario, legame non causale
  16. Serrano-Nascimento C., Nunes M.T. (2022). Perchlorate, nitrate, and thiocyanate: environmentally relevant NIS-inhibitor pollutants and their impact on thyroid function. — Frontiers in Endocrinology — questi contaminanti bloccano la captazione dello iodio, soprattutto in caso di carenza
  17. Ferrari S.M. et al. (2017). Environmental Issues in Thyroid Diseases. — Frontiers in Endocrinology — eccesso di iodio, carenze (selenio, vitamina D), radiazioni: fattori ambientali dell’autoimmunità tiroidea
  18. Wiersinga W.M. (2013). Smoking and thyroid. — Clinical Endocrinology — il tabacco (tiocianato) blocca lo iodio, ma riduce il rischio di ipotiroidismo autoimmune; effetto che si inverte dopo aver smesso

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